Una danza innaturale
L'insonnia adolescenziale creava strade parallele da percorrere idealmente. La solitudine era maieutica. La biro mi assecondava con immediatezza. Le ambizioni di fuga si aggiungevano ad incoerenti e irriguardosi scontri all'interno del bozzolo familiare. Ora l'habitat è il medesimo, qualche complemento d'arredo ha fatto il suo tempo ed ora sulla mia testa pende un calendario di Praga. La cattedrale inquietante di San Vito. Ricordo che nel duemila sentivo di essere libera. Il treno era una casa invitante. Il risveglio sempre una nuova scoperta. Viaggiare mi manca.
Mi sento come una danzatrice sorda. Ballo passi senza ascoltare, a memoria. Filastrocca di movimenti e saltelli stonati. Groviglio di intenti preconfezionati. Meglio sarebbe infischiarsene della coreografia che qualcun'altro ha deciso, e iniziare a sentire.
Il quaderno del passato si schiude e stasera reclama nuovi passaggi, nuovi criptici componimenti; emana segnali d'inchiostro sbiadito. Mi disimpegno senza indolenza, ignorando quell'acuminato strale che è l'autoanalisi. Continuo la danza. Conosco i passi di questa danza immobile, a memoria.
Ancora cercherò il viaggio da tradurre nel mio brano da antologia.